Omero.

Iliade.

Traduzione di: Vincenzo Monti.

LIBRO PRIMO.

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ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Cantami, o Diva, del Pelde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandon (cos di Giove
l'alto consiglio si adempa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
E qual de' numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
dest quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente pera: colpa d'Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio.
Degli Achivi era Crise alle veloci
prore venuto a riscattar la figlia
con molto prezzo. In man le bende avea,
e l'aureo scettro dell'arciero Apollo:
e agli Achei tutti supplicando, e in prima
ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
glimmortali del cielo abitatori
concedanvi espugnar la Prameia
cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
Deh mi sciogliete la diletta figlia,
ricevetene il prezzo, e il saettante
figlio di Giove rispettate. - Al prego
tutti acclamar: doversi il sacerdote
riverire, e accettar le ricche offerte.
Ma la proposta al cor d'Agamenon
non talentando, in guise aspre il superbo
accommiatollo, e minaccioso aggiunse:
Vecchio, non far che presso a queste navi
ned or n poscia pi ti colga io mai;
ch forse nulla ti varr lo scettro
n l'infula del Dio. Franca non fia
costei, se lungi dalla patria, in Argo,
nella nostra magion pria non la sfiori
vecchiezza, all'opra delle spole intenta,
e a parte assunta del regal mio letto.
Or va, n m'irritar, se salvo ir brami.
Impaurissi il vecchio, ed al comando
obbed. Taciturno incamminossi
del risonante mar lungo la riva;
e in disparte venuto, al santo Apollo
di Latona figliuol, fe' questo prego:
Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa
proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tnedo
possente imperador, Sminto, deh m'odi.
Se di serti devoti unqua il leggiadro
tuo delubro adornai, se di giovenchi
e di caprette io t'arsi i fianchi opimi,
questo voto m'adempi; il pianto mio
paghino i Greci per le tue saette.
S disse orando. L'ud Febo, e scese
dalle cime d'Olimpo in gran disdegno
coll'arco su le spalle, e la faretra
tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo
su gli omeri all'irato un tintinno
al mutar de' gran passi; ed ei simle
a fosca notte gi vena. Piantossi
delle navi al cospetto: indi uno strale
liber dalla corda, ed un ronzo
terribile mand l'arco d'argento.
Prima i giumenti e i presti veltri assalse,
poi le schiere a ferir prese, vibrando
le mortifere punte; onde per tutto
degli esanimi corpi ardean le pire.
Nove giorni volr pel campo acheo
le divine quadrella. A parlamento
nel decimo chiam le turbe Achille;
ch gli pose nel cor questo consiglio
Giuno la diva dalle bianche braccia,
de' moribondi Achei fatta pietosa.
Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo
levossi Achille pi-veloce, e disse:
Atride, or s cred'io volta daremo
nuovamente errabondi al patrio lido,
se pur morte fuggir ne fia concesso;
ch guerra e peste ad un medesmo tempo
ne struggono. Ma via; qualche indovino
interroghiamo, o sacerdote, o pure
interprete di sogni (ch da Giove
anche il sogno procede), onde ne dica
perch tanta con noi d'Apollo  l'ira:
se di preci o di vittime neglette
il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte
capre accettando l'odoroso fumo,
il crudel morbo allontanar gli piaccia.
Cos detto, si assise. In piedi allora
di Testore il figliuol Calcante alzossi,
de' veggenti il pi saggio, a cui le cose
eran conte che fur, sono e saranno;
e per quella, che dono era d'Apollo,
profetica virt, de' Greci a Troia
avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo
pien di senno parl queste parole:
Amor di Giove, generoso Achille,
vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo
ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco.
Ma del braccio l'aita e della voce
a me tu pria, signor, prometti e giura:
perch tal che qui grande ha su gli Argivi
tutti possanza, e a cui l'Acheo si inchina,
n'andr, per mio pensar, molto sdegnoso.
Quando il potente col minor si adira,
reprime ei s del suo rancor la vampa
per alcun tempo, ma nel cor la cova,
finch prorompa alla vendetta. Or dinne
se salvo mi farai. - Parla securo,
rispose Achille, e del tuo cor l'arcano,
qual chei si sia, di' franco. Per Apollo
che pregato da te ti squarcia il velo
de' fati, e aperto tu li mostri a noi,
per questo Apollo a Giove caro io giuro:
nessun, finchio m'avr spirto e pupilla,
con empia mano innanzi a queste navi
oser volar la tua persona,
nessuno degli Achei; no, si anco parli
d'Agamennn che s medesmo or vanta
dell'esercito tutto il pi possente.
Allor fe' core il buon profeta, e disse:
n d'obblati sacrifici il Dio
n di voti si duol, ma dell'oltraggio
che al sacerdote fe' poc'anzi Atride,
che francargli la figlia ed accettarne
il riscatto neg. La colpa  questa
onde cotante ne di strette, ed altre
l'arcier divino ne dar; n pria
ritrarr dal castigo la man grave,
che si rimandi la fatal donzella
non redenta n compra al padre amato,
e si spedisca un'ecatombe a Crisa.
Cos forse avverr che il Dio si plachi.
Tacque, e si assise. Allor l'Atride eroe
il re supremo Agamennn levossi
corruccioso. Offuscavagli la grande
ira il cor gonfio, e come bragia rossi
fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima
squadr torvo Calcante, indi proruppe:
Profeta di sciagure, unqua un accento
non usc di tua bocca a me gradito.
Al maligno tuo cor sempre fu dolce
predir disastri, e d'onor vote e nude
son l'opre tue del par che le parole.
E fra gli Argivi profetando or cianci
che delle frecce sue Febo glimpiaga,
sol perchio ricusai della fanciulla
Criside il riscatto. Ed io bramava
certo tenerla in signoria, tal sendo
che a Clitennestra pur, da me condutta
vergine sposa, io la prepongo, a cui
di persona costei punto non cede,
n di care sembianze, n d'ingegno
ne' bei lavori di Minerva istrutto.
Ma libera sia pur, se questo  il meglio;
ch la salvezza io cerco, e non la morte
del popol mio. Ma voi mi preparate
tosto il compenso, ch de' Greci io solo
restarmi senza guiderdon non deggio;
ed ingiusto ci fra, or che una tanta
preda, il vedete, dalle man mi fugge.
O d'avarizia al par che di grandezza
famoso Atride, gli rispose Achille,
qual premio ti daranno, e per che modo
i magnanimi Achei? Che molta in serbo
vi sia ricchezza non partita, ignoro:
delle vinte citt tutte divise
ne fur le spoglie, n diritto or torna
a nuove parti congregarle in una.
Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,
ch pi larga n'avrai tre volte e quattro
ricompensa da noi, se Giove un giorno
l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.
E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque
ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo
n gabbo tu mi fai, divino Achille,
n persuaso al tuo voler mi rechi.
Dunque terrai tu la tua preda, ed io
della mia privo rimarrommi? E imponi
che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti
concedanmi gli Achivi altra captiva
che questa adegui e al mio desir risponda.
Se non daranla, rapirolla io stesso,
sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse,
o ben anco la tua: e quegli indarno
fremer d'ira alle cui tende io vegna.
Ma di ci poscia parlerem. D'esperti
rematori fornita or si sospinga
nel pelago una nave, e vi si imbarchi
coll'ecatombe la rosata guancia
della figlia di Crise, e ne sia duce
alcun de' primi, o Aiace, o Idomeno,
o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,
tremendissimo Achille, onde di tanto
sacrificante il grato ministero
il Dio ne plachi che da lunge impiaga.
Lo guat bieco Achille, e gli rispose:
Anima invereconda, anima avara,
chi fia tra i figli degli Achei s vile
che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada
in agguati convegna o in ria battaglia?
Per odio de' Troiani io qua non venni
a portar l'armi, io no; ch meco ei sono
d'ogni colpa innocenti. Essi n mandre
n destrier mi rapiro; essi le biade
della feconda popolosa Ftia
non saccheggir; ch molti gioghi ombrosi
ne son frapposti e il pelago sonoro.
Ma sol per tuo profitto, o svergognato,
e per l'onor di Menelao, pel tuo,
pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia
ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi
tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti,
e a me medesmo di rapir minacci
de' miei sudori bellicosi il frutto,
l'unico premio che l'Acheo mi diede.
N pari al tuo d'averlo io gi mi spero
quel d che i Greci l'opulenta Troia
conquisteran; ch mio dell'aspra guerra
certo  il carco maggior; ma quando in mezzo
si dividon le spoglie,  tua la prima,
ed ultima la mia, di cui m' forza
tornar contento alla mia nave, e stanco
di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia,
a Ftia si rieda; ch d'assai fia meglio
al paterno terren volger la prora,
che vilipeso adunator qui starmi
di ricchezze e d'onori a chi m'offende.
Fuggi dunque, riprese Agamennne,
fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti prego
di rimanerti. Al fianco mio si stanno
ben altri eroi, che a mia regal persona
onor daranno, e il giusto Giove in prima.
Di quanti ei nudre regnatori abborro
te pi chaltri; s, te che le contese
sempre agogni e le zuffe e le battaglie.
Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono
la tua fortezza. Or va, sciogli le navi,
fa co' tuoi prodi al patrio suol ritorno,
ai Mirmdoni impera; io non ti curo,
e l'ire tue derido; anzi m'ascolta.
Poich Apollo Criside mi toglie,
parta. D'un mio naviglio, e da' miei fidi
io la rimando accompagnata, e cedo.
Ma nel tuo padiglione ad involarti
verr la figlia di Briso, la bella
tua prigioniera, io stesso; onde t'avvegga
quant'io t'avanzo di possanza, e quindi
altri meco uguagliarsi e cozzar tema.
Di furore infiammr l'alma d'Achille
queste parole. Due pensier gli fro
terribile tenzon nell'irto petto,
se dal fianco tirando il ferro acuto
la via si aprisse tra la calca, e in seno
l'immergesse all'Atride; o se domasse
l'ira, e chetasse il tempestoso core.
Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione
l'agitato pensier, corse la mano
sovra la spada, e dalla gran vagina
traendo la vena; quando veloce
dal ciel Minerva accorse, a lui spedita
dalla diva Giunon, che d'ambo i duci
egual cura ed amor nudra nel petto.
Gli venne a tergo, e per la bionda chioma
prese il fiero Pelde, a tutti occulta,
a lui sol manifesta. Stupefatto
si scosse Achille, si rivolse, e tosto
riconobbe la Diva a cui dagli occhi
uscan due fiamme di terribil luce,
e la chiam per nome, e in ratti accenti,
Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni?
Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto
io tel protesto, e avran miei detti effetto:
ei col suo superbir cerca la morte,
e la morte si avr. - Frena lo sdegno,
la Dea rispose dalle luci azzurre:
io qui dal ciel discesi ad acchetarti,
se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi,
Giuno chentrambi vi difende ed ama.
Or via, ti calma, n trar brando, e solo
di parole contendi. Io tel predco,
e andr pieno il mio detto: verr tempo
che tre volte maggior, per doni eletti,
avrai riparo dell'ingiusta offesa.
Tu reprimi la furia, ed obbedisci.
E Achille a lei: Seguir m' forza, o Diva,
bench d'ira il cor arda, il tuo consiglio.
Questo fia lo miglior. Ai numi  caro
chi de' numi al voler piega la fronte.
Disse; e rattenne su l'argenteo pomo
la poderosa mano, e il grande acciaro
nel fodero respinse, alle parole
docile di Minerva. Ed ella intanto
all'auree sedi dell'Egoco padre
sul cielo risal fra gli altri Eterni.
Achille allora con acerbi detti
rinfrescando la lite, assalse Atride:
Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core!
Tu non osi giammai nelle battaglie
dar dentro colla turba; o negli agguati
perigliarti co' primi infra gli Achei,
ch ogni rischio t' morte. Assai per certo
meglio ti torna di ciascun che franco
nella grand'oste achea contro ti dica,
gli avuti doni in securt rapire.
Ma se questa non fosse, a cui comandi,
spregiata gente e vil, tu non saresti
del popol tuo divorator tiranno,
e l'ultimo de' torti avresti or fatto.
Ma ben t'annunzio, ed altamente il giuro
per questo scettro (che diviso un giorno
dal montano suo tronco unqua n ramo
n fronda metter, n mai virgulto
germoglier, poich gli tolse il ferro
con la scorza le chiome, ed ora in pugno
sel portano gli Achei che posti sono
del giusto a guardia e delle sante leggi
ricevute dal ciel), per questo io giuro,
e involato sacramento il tieni:
stagion verr che negli Achei si svegli
desiderio d'Achille, e tu salvarli
misero! non potrai, quando la spada
dell'omicida Ettr far vermigli
di larga strage i campi: e allor di rabbia
il cor ti roderai, ch s villana
al pi forte de' Greci onta facesti.
Disse; e gitt lo scettro a terra, adorno
d'aurei chiovi, e si assise. Ardea l'Atride
di novello furor, quando nel mezzo
surse de' Pilii l'orator, Nestorre
facondo s, che di sua bocca uscino
pi che mel dolci d'eloquenza i rivi.
Di parlanti con lui nati e cresciuti
nell'alma Pilo ei gi trascorse avea
due vite, e nella terza allor regnava.
Con prudenti parole il santo veglio
cos loro a dir prese: Eterni Dei!
Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Pramo
gioia si appresta ed a' suoi figli e a tutta
la dardania citt, quando fra loro
di voi si intenda la fatal contesa,
di voi che tutti di valor vincete
e di senno gli Achei! Deh m'ascoltate,
ch minor d'anni di me siete entrambi;
ed io pur con eroi son visso un tempo
di voi pi prodi, e non fui loro a vile:
ned altri tali io vidi unqua, n spero
di riveder pi mai, quale un Drante
moderator di genti, e Pirito,
Cneo ed Essadio e Polifemo uom divo,
e l'Egde Teseo pari ad un nume.
Alme pi forti non nudra la terra,
e forti essendo combattean co' forti,
co' montani Centauri, e strage orrenda
ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso
partendomi da Pilo e dal lontano
Apio confine, a conversar vena,
e secondo mie forze anchio pugnava.
Ma di quanti mortali or crea la terra
niun potra pareggiarli. E nondimeno
da quei prestanti orecchio il mio consiglio
ed il mio detto obbedenza ottenne.
E voi pur anco m'obbedite adunque,
ch l'obbedirmi or giova. Inclito Atride,
deh non voler, sebben s grande, a questi
tor la fanciulla; ma chei si abbia in pace
da' Greci il dato guiderdon consenti:
n tu cozzar con inimico petto
contra il rege, o Pelde. Un re supremo,
cui d'alta maest Giove circonda,
uguaglianza d'onore unqua non soffre.
Se generato d'una diva madre
tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio,
te di poter, perch a pi genti impera.
Deh pon gi l'ira, Atride, e placherassi
pure Achille al mio prego, ei che de' Greci
in s ria guerra  principal sostegno.
Tu rettissimo parli, o saggio antico,
pronto riprese il regnatore Atride;
ma costui tutti soverchiar presume,
tutti a schiavi tener, dar legge a tutti,
tutti gravar del suo comando. Ed io
potrei patirlo? Io no. Se il fro i numi
un invitto guerrier, forse pur anco
di tanto insolentir gli diero il dritto?
Tagli quel dire Achille, e gli rispose:
Un pauroso, un vil certo sarei
se d'ogni cenno tuo ligio fossi io.
Altrui comanda, a me non gi; chio teco
sciolto di tutta obbedienza or sono.
Questo solo vo' dirti, e tu nel mezzo
lo rinserra del cor. Per la fanciulla
un d donata, ingiustamente or tolta,
n con te n con altri il brando mio
combatter. Ma di quant'altre spoglie
nella nave mi serbo, n pur una,
si io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi,
vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente
dalla mia lancia far saggio altrui.
Con questa di parole aspra tenzone
levrsi, e sciolto fu l'acheo consesso.
Con Patroclo il Pelde e co' suoi prodi
riede a sue navi nelle tende; e Atride
varar fa tosto a venti remi eletti
una celere prora colla sacra
ecatombe. Di Crise egli medesmo
vi guida e posa l'avvenente figlia;
duce v'ascende il saggio Ulisse, e tutti
gi montati correan l'umide vie.
Ci fatto, indisse al campo Agamennne
una sacra lavanda: e ognun devoto
purificarsi, e via gittar nell'onde
le sozzure, e del mar lungo la riva
offrir di capri e di torelli intere
ecatombi ad Apollo. Al ciel sala
volubile col fumo il pingue odore.
Seguan nel campo questi riti. E fermo
nel suo dispetto e nella dianzi fatta
ria minaccia ad Achille, intanto Atride
Euribate e Taltibio a s chiamando,
fidi araldi e sergenti, Ite, lor disse,
del Pelde alla tenda, e m'adducete
la bella figlia di Briso. Se il niega,
io ne verr con molta mano, io stesso,
a gliela trre: e ci gli fia pi duro.
Disse; e il cenno aggravando in via li pose.
Del mar lunghesso l'infecondo lido
givan quelli a mal cuore, e pervenuti
de' Mirmidni alla campal marina
trovr l'eroe seduto appo le navi
davanti al padiglion: n del vederli
certo Achille fu lieto. Ambo al cospetto
regal fermrsi trepidanti e chini,
n far motto fur osi n dimando.
Ma tutto ei vide in suo pensiero, e disse:
Messaggeri di Giove e delle genti,
salvete, araldi, e v'appressate. In voi
niuna  colpa con meco. Il solo Atride,
ei solo  reo, che voi per la fanciulla
Briside qui manda. Or va, fuor mena,
generoso Patrclo, la donzella,
e in man di questi guidator l'affida.
Ma voi medesmi innanzi ai santi numi
ed innanzi ai mortali e al re crudele
siatemi testimon, quando il d splenda
che a scampar gli altri di rovina il mio
braccio abbisogni. Perocch delira
in suo danno costui, ned il presente
vede, n il poi, n il come a sua difesa
salvi alle navi pugneran gli Achei.
Disse; e Patrclo del diletto amico
al comando obbed. Fuor della tenda
Briside men, guancia gentile,
ed agli araldi condottier la cesse.
Mentre ei fanno alle navi achee ritorno,
e ritrosa con lor parta la donna,
proruppe Achille in un subito pianto,
e da' suoi scompagnato in su la riva
del grigio mar si assise, e il mar guardando
le man stese, e dolente alla diletta
madre pregando, Oh madre!  questo, disse,
questo  l'onor che darmi il gran Tonante
a conforto dovea del viver breve
a cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia
spregiato in tutto: il re superbo Atride
Agamennn mi disonora; il meglio
de' miei premi rapisce, e sel possiede.
S piangendo dicea. La veneranda
genitrice l'ud, che ne' profondi
gorghi del mare si sedea dappresso
al vecchio padre; udillo, e tosto emerse,
come nebbia, dall'onda: accanto al figlio,
che lagrime spargea, dolce si assise,
e colla mano accarezzollo, e disse:
Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno?
Di', non celarlo in cor, meco il dividi.
Madre, tu il sai, rispose alto gemendo
il pi-veloce eroe. Ridir che giova
tutto il gi conto? Nella sacra sede
d'Eezon ne gimmo; la cittade
ponemmo a sacco, e tutta a questo campo
fu condotta la preda. In giuste parti
la diviser gli Achivi, e la leggiadra
Criside fu scelta al primo Atride.
Crise d'Apollo sacerdote allora
con l'infula del nume e l'aureo scettro
venne alle navi a riscattar la figlia.
Molti doni offer, molte agli Achivi
porse preghiere, ed agli Atridi in prima.
Invan; ch preghi e doni e sacerdote
e degli Achei l'assenso ebbe in dispregio
Agamennn, che minaccioso e duro
quel misero cacci dal suo cospetto.
Part sdegnato il veglio; e Apollo, a cui
diletto capo egli era, il suo lamento
esaud dall'Olimpo, e contra i Greci
pestiferi vibr dardi mortali.
Pera la gente a torme, e d'ogni parte
sibilanti del Dio pel campo tutto
volavano gli strali. Alfine un saggio
indovin ne fe' chiaro in assemblea
l'oracolo d'Apollo. Io tosto il primo
esortai di placar l'ire divine.
Sdegnossene l'Atride, e in pi levato
una minaccia mi fe' tal che pieno
compimento sort. Gli Achivi a Crisa
sovr'agil nave gi la schiava adducono
non senza doni a Febo; e dalla tenda
a me pur dianzi tolsero gli araldi,
e menr seco di Briso la figlia,
la fanciulla da' Greci a me donata.
Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo soccorri,
vanne all'Olimpo, e porgi preghi a Giove,
sse unqua Giove per te fu nel bisogno
o d'opera aitato o di parole.
Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo,
spesso t'intesi glorarti, e dire
che sola fra gli Dei da ria sciagura
Giove campasti adunator di nembi,
il giorno che tentr Giuno e Nettunno
e Pallade Minerva in un con gli altri
congiurati del ciel porlo in catene;
ma tu nellse uopo sopraggiunta, o Dea,
l'involasti al periglio, all'alto Olimpo
prestamente chiamando il gran Centmano,
che dagli Dei nomato  Braro,
da' mortali Egene, e di fortezza
lo stesso genitor vincea d'assai.
Fiero di tanto onore alto ei si assise
di Giove al fianco, e n'ebber tema i numi,
che poser di legarlo ogni pensiero.
Or tu questo rammentagli, e al suo lato
siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega
di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte
fino alle navi le falangi achee
sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno
lo si goda cos questo tiranno;
senta egli stesso il gran regnante Atride
qual commise folla quando superbo
fe' de' Greci al pi forte un tanto oltraggio.
E lagrimando a lui Teti rispose:
Ahi figlio mio! se con s reo destino
ti partorii, perch allevarti, ahi lassa!
Oh potessi ozioso a questa riva
senza pianto restarti e senza offese,
ingannando la Parca che t'incalza,
ed omai t'ha raggiunto! Ora i tuoi giorni
brevi sono ad un tempo ed infelici,
ch iniqua stella il d chio ti produssi
i talami paterni illuminava.
E nondimen d'Olimpo alle nevose
vette n'andr, ragioner con Giove
del fulmine signore, e al tuo desire
piegarlo tenter. Tu statti intanto
alle navi; e nell'ozio del tuo brando
senta l'Achivo de' tuoi sdegni il peso.
Perocch ieri in grembo all'Oceno
fra glinnocenti Etopi discese
Giove a convito, e il segur tutti i numi.
Dopo la luce dodicesma al cielo
torner. Recherommi allor di Giove
agli eterni palagi; al suo ginocchio
mi gitter, supplicher, n vana
d'espugnarne il voler speranza io porto.
Part, ci detto; e lui quivi di bile
macerato lasci per la fanciulla
suo mal grado rapita. Intanto a Crisa
colla sacra ecatombe Ulisse approda.
Nel seno entrati del profondo porto,
le vele ammanr, le collocaro
dentro il bruno naviglio, e prestamente
dechinr colle gomone l'antenna,
e l'adagir nella corsa. Co' remi
il naviglio accostr quindi alla riva;
e l'ancore gittate, e della poppa
annodati i ritegni, ecco sul lido
tutta smontar la gente, ecco schierarsi
l'ecatombe d'Apollo, e dalla nave
dell'onde vatrice ultima uscire
Criside. All'altar l'accompagnava
l'accorto Ulisse, ed alla man del caro
genitor la ponea con questi accenti:
Crise, il re sommo Agamennn mi manda
a ti render la figlia, e offrir solenne
un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni
placar del nume che gli Achei percosse
d'acerbissima piaga. - In questo dire
l'amata figlia in man gli cesse; e il vecchio
la si raccolse giubilando al petto.
Tosto dintorno al ben costrutto altare
in ordinanza statur la bella
ecatombe del Dio; lavr le palme,
presero il sacro farro, e Crise alzando
colla voce la man, fe' questo prego:
Dio che godi trattar l'arco d'argento,
tu che Crisa proteggi e la divina
Cilla, signor di Tnedo possente,
m'odi: se dianzi a mia preghiera il campo
acheo gravasti di gran danno, e onore
mi desti, or fammi di quest'altro voto
contento appieno. La terribil lue,
che i Dnai strugge, allontanar ti piaccia.
S disse orando, ed esaudillo il nume.
Quindi fin posto alle preghiere, e sparso
il salso farro, alzar fr suso in prima
alle vittime il collo, e le sgozzaro.
tratto il cuoio, fascir le incise cosce
di doppio omento, e le coprr di crudi
brani. Il buon vecchio su l'accese schegge
le abbrustolava, e di purpureo vino
spruzzando le vena. Scelti garzoni
al suo fianco tenean gli spiedi in pugno
di cinque punte armati: e come fro
rosolate le coste, e fatto il saggio
delle viscere sacre, il resto in pezzi
negli schidoni infissero, con molto
avvedimento l'arrostiro, e poscia
tolser tutto alle fiamme. Al fin dell'opra,
poste le mense, a banchettar si diero,
e del cibo egualmente ripartito
sbramrsi tutti. Del cibarsi estinto
e del bere il deso, d'almo leo
coronando il cratere, a tutti in giro
ne porsero i donzelli, e fe' ciascuno,
libagion colle tazze. E cos tutto
cantando il d la gioventude argiva,
e un allegro pena alto intonando,
laudi a Febo dicean, che nellse udirle
sentasi tocco di dolcezza il core.
Fugato il sole dalla notte, ei diersi
presso i poppesi della nave al sonno.
Poi come il cielo colle rosee dita
la bella figlia del mattino aperse,
conversero la prora al campo argivo,
e mand loro in poppa il vento Apollo.
Rizzr l'antenna, e delle bianche vele
il seno dispiegr. L'aura seconda
le gonfiava per mezzo, e strepitoso,
nel passar della nave, il flutto azzurro
mormorava dintorno alla carena.
Giunti agli argivi accampamenti, in secco
trasser la nave su la colma arena,
e lunghe vi spiegr travi di sotto
acconciamente. Per le tende poi
si dispersero tutti e pe' navili.
Appo i suoi legni intanto il generoso
Pelde Achille nel segreto petto
di sdegno si pascea, n al parlamento,
scuola illustre d'eroi, n alle battaglie
pi compara; ma il cor struggea di doglia
lungi dall'armi, e sol dell'armi il suono
e delle pugne il grido egli sospira.
Rifulse alfin la dodicesma aurora,
e tutti di conserva al ciel gli Eterni
fean ritorno, ed avanti iva il re Giove.
Memore allor del figlio e del suo prego,
Teti emerse dal mare, e mattutina
in cielo al sommo dell'Olimpo alzossi.
Sul pi sublime de' suoi molti gioghi
in disparte trov seduto e solo
l'onniveggente Giove. Innanzi a lui
la Dea si assise, colla manca strinse
le divine ginocchia, e colla destra
molcendo il mento, e supplicando disse:
Giove padre, se d'opre e di parole
giovevole fra' numi unqua ti fui,
un mio voto adempisci. Il figlio mio,
cui volge il fato la pi corta vita,
deh, m'onora il mio figlio a torto offeso
dal re supremo Agamennn, che a forza
gli rap la sua donna, e la si tiene.
Onoralo, ti prego, olimpio Giove,
sapientissimo Iddio; fa che vittrici
sien le spade troiane, infin che tutto
e doppio ancora dagli Achei pentiti
al mio figlio si renda il tolto onore.
Disse; e nessuna le facea risposta
il procelloso Iddio; ma lunga pezza
muto stette, e sedea. Teti il ginocchio
teneagli stretto tuttavolta, e i preghi
iterando vena: Deh, parla alfine;
dimmi aperto se nieghi, o se concedi;
nulla hai tu che temer; fa chio mi sappia
se fra le Dee son io la pi spregiata.
Profondamente allora sospirando
l'adunator de' nembi le rispose:
Opra chiedi odiosa che nemico
farammi a Giuno, e degli ontosi suoi
motti bersaglio. Ardita ella mai sempre
pur dinanzi agli Dei vien meco a lite,
e de' Troiani aiutator m'accusa.
Ma tu sgombra di qua, ch non ti vegga
la sospettosa. Mio pensier fia poscia
che il desir tuo si cmpia, e a tuo conforto
abbine il cenno del mio capo in pegno.
Questo fra' numi  il massimo mio giuro,
n revocarsi, n fallir, n vana
esser pu cosa che il mio capo accenna.
Disse; e il gran figlio di Saturno i neri
sopraccigli inchin. Su l'immortale
capo del sire le divine chiome
ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo.
Cos fermo l'affar si dipartiro.
Teti dal ciel spicc nel mare un salto;
Giove alla reggia si avvi. Rizzrsi
tutti ad un tempo da' lor troni i numi
verso il gran padre, n veruno ardissi
aspettarne il venir fermo al suo seggio,
ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave
si compose sul trono. E gi sapea
Giuno il fatto del Dio; chella veduto
in segreti consigli avea con esso
la figlia di Nero, Teti la diva
dal bianco piede. Con parole acerbe
cos dunque l'assalse: E qual de' numi
tenne or teco consulta, o ingannatore?
Sempre t' caro da me scevro ordire
tenebrosi disegni, n ti piacque
mai farmi manifesto un tuo pensiero.
E degli uomini il padre e degli Dei
le rispose: Giunon, tutto che penso
non sperar di saperlo. Ardua ten fra
l'intelligenza, bench moglie a Giove.
Ben qualunque dir cosa si convegna,
nullo, prima di te, mortale o Dio
la si sapr. Ma quel che lungi io voglio
dai Celesti ordinar nel mio segreto,
non dimandarlo n scrutarlo, e cessa.
Acerbissimo Giove, e che dicesti?
Riprese allor la maestosa il guardo
veneranda Giunon: gran tempo  pure
che da te nulla cerco e nulla chieggo,
e tu tranquillo adempi ogni tuo senno.
Or grave un dubbio mi molesta il core,
che Teti, del marin vecchio la figlia,
non ti seduca; chio la vidi, io stessa,
sul mattino arrivar, sederti accanto,
abbracciarti i ginocchi; e certo a lei
di molti Achivi tu giurasti il danno
appo le navi, per onor d'Achille.
E a rincontro il signor delle tempeste:
Sempre sospetti, n celarmi io posso,
spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno
la tua cura uscir, chanzi pi sempre
tu mi costringi a disamarti, e questo
a peggio ti verr. Si al ver t'apponi,
che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci,
e m'obbedisci; ch giovarti invano
potran quanti in Olimpo a tua difesa
accorresser Celesti, allor che poste
le invitte mani nelle chiome io t'abbia.
Disse; e chin la veneranda Giuno
i suoi grand'occhi paurosa e muta,
e in cor premendo il suo livor si assise.
Di Giove in tutta la magion le fronti
si contristr de' numi, e in mezzo a loro
gratificando alla diletta madre
Vulcan l'inclito fabbro a dir s prese:
Una malvagia intolleranda cosa
questa al certo sar, se voi cotanto,
de' mortali a cagion, piato movete,
e suscitate fra gli Dei tumulto.
De' banchetti la gioia ecco sbandita,
se la vince il peggior. Madre, t'esorto,
bench saggia per te; vinci di Giove,
vinci del padre coll'ossequio l'ira,
onde a lite non torni, e del convito
ne conturbi il piacer; chegli ne puote,
del fulmine signore e dell'Olimpo,
dai nostri seggi rovesciar, se il voglia;
perocch sua possanza a tutte  sopra.
Or tu con care parolette il molci,
e tosto il placherai. - Surse, ci detto,
ed all'amata genitrice un tondo
gemino nappo fra le mani ei pose,
bisbigliando all'orecchio: O madre mia,
bench mesta a ragion, sopporta in pace,
onde te con quest'occhi io qui non vegga,
te, che cara mi sei, forte battuta;
ch allor nessuna con dolor mio sommo
darti ata io potrei. Duro egli  troppo
cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,
volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo
afferrommi dse un piede, e mi scagli
dalle soglie celesti. Un giorno intero
rovinai per l'immenso, e rifinito
in Lenno caddi col cader del sole,
dalli Sinzii raccolto a me pietosi.
Disse; e la Diva dalle bianche braccia
rise, e in quel riso dalla man del figlio
prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,
incominciando a destra, e dal cratere
il nttare attignendo, a tutti in giro
lo mescea. Suscitossi infra' Beati
immenso riso nel veder Vulcano
per la sala aggirarsi affaccendato
in quell'opra. Cos, fino al tramonto,
tutto il d convitossi, ed egualmente
del banchetto ogni Dio partecipava.
N l'aurata manc lira d'Apollo,
n il dolce delle Muse alterno canto.
Ratto, poi che del Sol la luminosa
lampa si spense, a' suoi riposi ognuno
ne' palagi n'and, che fabbricati
a ciascheduno avea con ammirando
artifizio Vulcan l'inclito zoppo.
E a' suoi talami anchesso, ove qual volta
soave l'assala forza di sonno,
corcar solea le membra, il fulminante
Olimpio si avv. Quivi salito
addormentossi il nume, ed al suo fianco
giacque l'alma Giunon che d'oro ha il trono.